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Chiediamo a Sam Shepard dov'è finito Frank James





03/09/2007 11:09a cura di Valerio Salvi

Tra un thé al limone ed una stretta di mano, incontriamo al Lido Sam Shepard, commediografo di successo, ma soprattutto – in questa veste – protagonista del film di Andrew Dominik L’Assassinio di Jesse James.








Dov’è Frank James? Ovvero, visto che sparisce poco dopo l’inizio del film, dove immagina che si trovi il suo personaggio?
In realtà penso stia allevando il suo bestiame. Era stanco della vita da fuorilegge e voleva cambiare, quindi se ne è andato lasciandosi tutto alle spalle per un nuovo inizio.

Si, ma non crede che un uomo che ha vissuto nella violenza, abbia quasi la necessità di vendicare il fratello?
No. Al di la dei resoconti storici, che ci confermano la cosa, credo che lui abbia fatto una scelta irreversibile, ha tagliato i ponti con il suo passato.

E’ stato difficile per lei interpretare questo personaggio, ha dovuto fare degli studi specifici?
Si, mi sono documentato sui report dell’epoca e poi l’ho elaborato nel risultato che si vede sullo schermo.

Che ne pensa della figura di Jesse James così mitizzata, in fondo si tratta di un fuorilegge anche abbastanza spietato e non di un eroe. Ciò nonostante ha avuto un grande successo, come se lo spiega?
In realtà dipende da come noi percepiamo la persona. E’ un eroe mitico perché ci è stato raccontato così. Chi può dire cosa fosse nella sua vita reale. Anche il libro da cui è tratto il film non si basa certo solo su documenti, ma anche su racconti idealizzazioni e riduzioni dell’autore.

A tal proposito il risultato è piuttosto anomalo per un western. Se fosse stato lei a redigere la sceneggiatura avrebbe affrontato la cosa nello stesso modo?
Beh, sinceramente non saprei e non mi sono posto il problema. L’opera nasce innanzitutto dalle scelte personali del regista ed è questo che la rende unica. Non esiste una formula per ottenere un prodotto devi affidarti alla tuo istinto.

Si, ma si dice che se fai vedere una pistola la devi anche usare e qui se ne vedono parecchie e se ne usa una sola. Si può avere un simile approccio cinematografico nel duemila?
Si. Il lavoro del regista è molto personale. I film non si fanno per gli altri, o meglio si fanno prima per sè stessi e poi per gli altri. Un film che non nasce da un percorso personale non può riuscire, mancherebbe di “anima”. Il rapporto tra spettatore e regista, o sceneggiatore, è molto intimo, deve comunicare le sensazioni.

C’è chi sostiene che i film con le star o comunque di grande richiamo debbano comunque contenere un messaggio, perchè questo è l’unico modo per arrivare al grande pubblico che altrimenti per "forma mentis" ignora altri veicoli di informazione come documentari o giornali.
Francamente a me del messaggio non importa nulla, non ci credo proprio, Io credo nelle emozioni. Bisogna trasmettere le proprie emozioni, se poi queste hanno un effetto sul pubblico bene, ma non si fa qualcosa per veicolare un messaggio.

Sta lavorando a qualche script nuovo per il cinema?
No, al momento non mi interessa. Preferisco lavorare per il teatro – ho una commedia in scena a Dublino proprio ora – perché c’è molta più libertà. E poi se scrivi per il cinema c’è sempre l’esigenza di “vendere” il tuo prodotto ed è una cosa che non mi piace assolutamente fare anche perché ne risulta influenzata anche la scrittura.

Ma questo non significa che intende abbandonare anche come attore…
Assolutamente no, altrimenti come faccio a pagare le bollette!