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Venezia tra spie orientali, drammi sulla gelosia e distruzione dei generi





30/08/2007 15:08a cura di [TBT]

Seconda giornata festivaliera: l'apertura mattutina spetta a Sleuth di Kenneth Branagh, ma la sala conferenze vede tra i protagonisti l'acclamato Ang Lee, con il suo melodramma spionistico, e Takeshi Kitano, autore di un film che mescola i generi.


La seconda giornata della Mostra di Venezia si è aperta con la proiezione di Sleuth, il nuovo film di Kenneth Branagh basato sull'opera teatrale di Anthony Shaffer, adattata da Harold Pinter a distanza di 35 anni dalla prima messa in scena cinematografica. "È stata la nostra ammirazione nei confronti del film originale (Gli insospettabili [NdR]) a spingerci a cercare di andare oltre ed esplorare un nuovo mondo con nuove dinamiche" spiega Jude Law, co-produttore e interprete di Sleuth. "Non si tratta di un remake, se lo fosse stato Michael Caine non avrebbe accettato di prenderne parte", dichiara il regista. "È vero" aggiunge Caine. "Non ha senso fare un remake, ho provato a farne uno ma si è rivelato un vero disastro. In Sleuth Jude Law interpreta il ruolo che nel 1972 fu di Caine, ma lungi dal volerne divenire l’erede spiega che sarebbe onorato della cosa, ma non crede di poter essere definito un giovane Caine. E aggiunge: "ero così impegnato con tutta la parte produttiva del film che solo a tre mesi dall'inizio delle riprese mi sono messo giù a leggere lo script. Solo in quel momento ho capito che si trattava di una grande parte e che la sceneggiatura funzionava alla perfezione. In ogni modo Sleuth è completamente diverso dal film originale". "Gli insospettabili si basava sul gioco, noi ci siamo concentrati sulla rivalità tra i due uomini che si contendono la stessa donna" interviene Branagh. "Avere Pinter come sceneggiatore è stato fantastico. Per la scena in cui Jude parla al telefono gli avevo chiesto se mi poteva dare un'idea di quello che Maggie (la moglie di Caine e amante di Law) gli dicesse e lui mi ha risposto: "Chi ti dice che sia Maggie?", così gli ho detto di dirmi cosa dicesse la persona all'altro capo del filo e lui ha ribattuto: "Chi ti dice che stia parlando con qualcuno al telefono?"






Grande partecipazione c'è stata anche per l'incontro con il regista e i protagonisti di Lust, Caution. Tratto da un romanzo di Zhang Ailing, il film di Ang Lee è ambientato nella Cina ai tempo dell'occupazione giapponese e racconta di una giovane donna che viene incaricata dalla Resistenza di introdursi nella vita di un temibile collaborazionista. "Credo che sia l'opera più autobiografica di Ailing" dichiara Ang Lee. "Ho cercato di sviluppare nel film quello che lei nasconde attraverso il linguaggio letterario. Il romanzo è un punto di partenza, non necessariamente d'arrivo. Ho voluto chiarire ciò che era oscuro, invece di presentare solamente ciò che era chiaro all'occhio di tutti". Dopo aver ritratto con infinita sensibilità la storia d'amore tra i due cowboy del Wyoming Ang Lee sposta il suo sguardo sull'universo femminile. "Attraverso il cinema faccio sempre una ricerca di me stesso. Per me non esistono divisioni tra le sessualità, quello che mi interessa è l'ambiguità che si cela dietro all'animo umano". Il fatto di poter lavorare indipendentemente sia in America che in Cina costituisce una grande fortuna per il regista premio Oscar. "Essere fra due mondi implica il fatto di poter capire due culture diverse. La distanza dal mio paese d'origine mi aiuta a vederlo con occhi diversi, è come vedere il pianeta terra dallo spazio. Poter usufruire della libertà mi permette di sviluppare un senso cinematografico in Cina e una maggiore familiarità con le tecniche negli Stati Uniti. Se però non ho accettato di dirigere Terminator 3 per fare Lust, Caution è stato perché non mi interessa la cultura pop del cinema americano. Ho preferito esplorare le tradizioni del mio paese e dedicarmi a qualcosa che non fosse mai stato fatto sul grande schermo".

Di meno parole è stato Takeshi Kitano che nel suo Glory To The Filmmaker! ha voluto fare una riflessione sul mestiere del regista che non ha successo. "Il progetto nasce in seguito a una domanda che si ripresentava con insistenza, ovvero 'come mai i miei film non hanno successo nelle sale?' Ho iniziato a pensare a che film dover fare per ottenere successo perché ero stanco di lamentarmi della situazione e volevo cambiare. Con quest'opera ho anche voluto sfidare un certo tipo di cinema, come l'horror" continua il regista giapponese, "ma a un certo punto stavo impazzendo, non sapevo più come proseguire. A ogni modo ho preferito lasciare all'interno del film anche gli errori, senza correggerlo in fase di montaggio". Non solo l'horror è esplorato in Glory To The Filmmaker!, ma anche altri generi cinematografici che coesistono nello stesso film creando una sorta di caos e spingendo molti a definirlo un'opera cubista. "A tenere insieme le immagini" spiega Kitano, "è la musica. In questa esplosione di generi esposti in maniera confusionaria, la musica ha un ruolo importantissimo: fornisce un supporto sonoro per tenere insieme tutti i pezzetti".