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Venezia tra brivido, dramma e romanticismo





29/08/2007 18:08a cura di [TBT]

Prima giornata di incontri con i maggiori protagonisti del festival
È iniziata sotto il segno del brivido la 64ª edizione del Festival di Venezia dove ieri sera è stato presentato l’ultimo film dei maestri dell’horror (spagnolo), Jaume Balagueró e Paco Plaza. “[Rec] è un progetto nato dopo una lunga serie di conversazioni intercorse fra me e Paco” racconta il regista di Darkness e Fragile. “Volevamo fare un horror che permettesse allo spettatore di immergersi nella storia e immedesimarsi con i protagonisti, cercando allo stesso tempo di rompere gli schemi dell’horror tradizionale, utilizzando un linguaggio cinematografico non convenzionale come la presa diretta e la camera a mano”.


“Non ci siamo divisi i compiti, abbiamo solo cercato di domare il film che si stava sviluppando autonomamente” aggiunge il regista di Second Name e I delitti della luna piena. “Nonostante la realizzazione possa sembrare semplice, il processo che c’è dietro è molto complicato. Nel girare ad esempio la scena finale - un lungo piano sequenza di trenta minuti - dovevamo stare attenti a non inquadrare mai i tecnici presenti sul set. Non è stato semplice, visto che la camera a mano che riprendeva in tempo reale la scena continuava a girare a 360°, catturando nell’obiettivo tutto il set. Io e Paco eravamo d’accordo sul fatto di non utilizzare mai la parola “taglio”, se non per il montaggio in fase di post-produzione. Così, se anche accadeva qualche imprevisto - la rottura di una telecamera o la caduta di un attore - si continuare a girare. Questo modus operandi ha reso il film ancora più reale”. [Rec] è un horror che si muove su più livelli, la paura avviene in verticale, e man mano che sale diventa sempre più terrificante. “Mi interessava questo aspetto del pericolo che aumenta salendo di piano in piano, fino raggiungere l’inferno, che generalmente è descritto come un luogo nel sottosuolo. Qui il peggio avviene nella mansarda” rivela Balagueró e Plaza aggiunge: “Con il direttore della fotografia ci eravamo detti che lo spazio più luminoso doveva essere il piano terra e che man mano che si salivano le scale l’ambiente doveva diventare sempre più denso e scuro”.






Anche dalla Russia arriva un’opera che farà rabbrividire, anche se per tutt’altri motivi. Presentato in prima assoluta mondiale come film d’apertura delle Giornate degli Autori, Cargo 200 è una storia basata su un terribile fatto di cronaca avvenuto nell’Unione Sovietica nel 1984, ma è la fantasia di Alexey Balabanov, la sua personale visione, a renderlo scioccante, duro, crudele, intimamente violento. Nell’esposizione dei fatti Balabanov esplora cinematograficamente il suo paese, posando uno sguardo disincantato ora sulla politica, ora sull’essere umano, in un ritratto-scandalo che ha fatto molto discutere in Russia.

È tratto invece da un romanzo di Ian McEwan il film di Joe Wright che racconta il dramma di una famiglia benestante inglese sullo sfondo della Seconda Guerra Mondiale. Protagonista di Espiazione è l’ex piratessa Keira Knightley che troverà l’amore nel giovane figlio della domestica, Robbie (James McAvoy) per poi perderlo a causa della sorellina munita di una fervida immaginazione. “Non avevo letto il libro prima, ma appena ho posato gli occhi sulla sceneggiatura ho sentito un forte coinvolgimento” spiega la Knightley. “Mi sono innamorata immediatamente del personaggio di Cecilia e ho insistito per avere il ruolo (inizialmente le era stato offerto il ruolo di Briony adulta, Ndr). Mi piaceva per via della sua forza e mi interessava il lato romantico della storia. È stata una sfida ma avevamo tutti la possibilità di conoscere a fondo i personaggi attraverso il romanzo. “Quando ho iniziato a lavorare sull’adattamento del libro” racconta lo sceneggiatore Christopher Hampton, “non sapevo ancora chi avrebbe interpretato i protagonisti letterari. È ovvio che con un romanzo così massiccio devi fare molte scelte, ma in questo Joe mi è stato di grande aiuto perché sapeva esattamente come avrebbe voluto dirigere la storia. Lavorare insieme allo script è stato molto utile e produttivo. Soprattutto è stato importante sapere che McEwan mi avesse approvato, perché sentivo una forte responsabilità nei confronti del romanzo”. “La fine del film è stata la sfida più grande in termini di adattamento cinematografico” rivela il regista. “Avevamo scelto di raccontare molto sulla vita di Briony durante la guerra, mostrando le condizioni in cui viveva e come si sentiva nei confronti della sua colpa. Poi però abbiamo scelto di non approfondire la sua vita nel dopo guerra, lasciando che lo spettatore avvertisse comunque che era rimasta una donna sola, che non aveva mai avuto un grande amore. Briony sacrifica tutto in nome della scrittura e in qualche modo pensa che questo sacrificio sia l’espiazione dalla sua colpevolezza”.