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Espiazione




Il senso di colpa secondo McEwan





29/08/2007 14:08a cura di Daniele Sesti

Apre con Espiazione la sezione dei film in concorso della 64° Mostra del Cinema di Venezia. Tratto da un romanzo di Ian McEwan, il film diretto da John Wright, racconta di una terribile azione compiuta da una bambina di 13 anni e delle sue tragiche conseguenze. Tra gli interpreti Keira Knightley, James McAvoy ed un'affascinante Vanessa Redgrave.






Il compito più difficile, quando si realizza un film come Espiazione, tratto da un romanzo di Ian McEwan, uno dei maggiori scrittori contemporanei, tradotto in molteplici lingue e conosciuto da mezzo mondo, è certamente quello dello sceneggiatore che deve trarre da un’opera letteraria di successo un film che non ne svilisca i contenuti e le atmosfere, contenendo però il tutto nel massimo di tempo che uno spettatore medio possa sopportare seduto su di una poltrona per quanto comoda questa possa essere. Nel caso di cui ci occupiamo Chris Hampton, che già si era cimentato con successo anni fa con Le relazioni pericolose, vincendo un oscar per l’adattamento tratto dal libro di Laclois, poi portato sugli schermi da Stephen Frears, coglie alcune delle parole chiavi dell’opera di McEwan e le sviluppa realizzando un plot che pur mancando, inevitabilmente, degli elementi più introspettivi propri del linguaggio letterario, resta fedele ai temi che lo scrittore affronta. “Colpa”, “Perdono”, “Coraggio”, “Codardia”, “Gelosia”, “Classismo”, il tema del ritorno e dell’attesa, il destino che sembra inevitabile in un caldo pomeriggio estivo del 1935 dove gli eventi non avrebbero potuto avere un diverso svolgimento se non quello, tragico e beffardo, con il quale si conclude la prima parte del film. Ma Espiazione non è solo un raffinato melò dove passioni e sentimenti vengono messi in scena con un elegante confezione formato cartolina. Il film, ed è questo a mio parere il grumo più significativo del romanzo di McEwan, è anche una riflessione sul mestiere dell’artista in rapporto con la sua creazione che nel caso della scrittrice Briony diventa la meravigliosa ed unica occasione di riscatto per una colpa che la opprime da oltre cinquant’anni. Occasione unica che solo a chi la natura ha dotato del suo talento può essere concessa. L’ultima Briony, infatti, quella interpretata da un’affascinante Vanessa Redgrave, è il personaggio rassegnato ma consapevole che finalmente ha trovato un compromesso con quell’anima tormentata che da bambina le fece commettere un terribile delitto (la “menzogna”, tra i peggiori crimini che la società anglosassone possa concepire) conducendola a convivere da adulta con il senso di colpa costringendosi ad un’esistenza prima di penitente poi di volontario isolamento.

John Wright, dopo la buona prova con Orgoglio e pregiudizio torna quindi a dirigere un film complesso nella sua realizzazione. A differenza del precedente però, smorza la tentazione manierista di riprendere sfondi da arcadia romantica, e dirige il film con mano personale concedendosi anche un lungo piano sequenza, piazzato nel bel mezzo dell’opera, che introduce, enfatizzandola, la drammaticità delle scene che seguiremo e che troveranno il loro climax nella sequenze dell’ospedale chiosate meravigliosamente dalla sonata per pianoforte “Clair de Lune” di Debussy. Il regista inglese ritrova la Keira Nightley che già aveva diretto. Una Knigthley più matura e meno sbarazzina, forse però ancora acerba per ruoli così di spessore. Meglio James McAvoy (L’ultimo re di Scozia) nei panni dello sfortunato Robbie e soprattutto, la giovanissima Saoirse Ronan (Briony a tredici anni), davvero brava in un ruolo non facile.