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Harry Potter e l'Ordine della Fenice




Il perfido sortilegio di Harry Potter





31/07/2007 10:07a cura di Antonello Catacchio

Walt Disney, che ha saputo catturare intere generazioni con gli stessi titoli riproposti ogni cinque sei anni, probabilmente si rivolta nella tomba di fronte all'impudenza della signora Rowling.


La dinastia Potter deve morire. Così almeno ci dicono gli insider. Quelli che conoscono le cose dall'interno. Anche se, di volta in volta, il gossip annuncia che sarà questo o sarà quell'altro a schiattare. Volendo credere alla regina madre J. K. Rowling (325 milioni di copie vendute per 6 romanzi, 6 milioni solo in Italia, con grande gioia di Salani editore, si dice 800 milioni di euro incassati di diritti, solo letterari, cui si aggiungono cinema, videogames, gadget) il settimo romanzo “Harry Potter and the Deadly Hallows” sarà l'ultimo della serie (esce a breve in lingua inglese, a dicembre in Italia). Ma siamo nel mondo della fantasia, dove tutto è possibile. Comunque sia gli stregati dalle avventure del maghetto, informati di morti importanti, sono già insorti, traducendo in realtà, non ancora cruenta, quel che Stephen King aveva profetizzato con “Misery non deve morire”, dove un'infermiera appassionata delle storie di Misery dà rifugio all'autore in difficoltà, scopre che la sua amata morirà nel nuovo romanzo e ne combina delle belle per far ricredere lo scrittore dalla sua malsana trovata. Non sembri così fuori luogo il riferimento al genio dell'horror. Harry Potter aveva cominciato come un qualsiasi bimbo nella notte di Halloween, tra scherzetti e dolcetti. Poi, via via che la saga è andata avanti tutto ha cominciato a virare verso una dimensione più cupa, orrorifica appunto, quasi che Halloween (il film) avesse preso il sopravvento sulla storia di bimbi, magie e travestimenti.






In attesa del nuovo romanzo è uscito a livello planetario Harry Potter e l'ordine della Fenice, quinto episodio cinematografico. Harry V, quindi. E si comincia male, perché il nostro è costretto a sfoderare la bacchetta magica in presenza del cugino babbano. Lui dice che il perfido Voldemort è tornato. Alcuni non gli credono. E non è gente da poco, c'è nientemeno che il ministro della magia che lo mette sotto processo. Anzi, è tutta la scuola di Hogwarts che viene messa in discussione, con tanto di inviato ministeriale per riportare l'ordine o il disordine come spesso avviene quando si sbandierano grandi interventi autoritari. Quindi è conflitto, con Harry che dà lezioni private di autodifesa dal maligno ai suoi amichetti dell'ordine della Fenice, creata da quel brav'uomo di Silente. Tra sogni-incubi premonitori e reazione all'opera si sviluppa la vicenda. E qui cominciano le perplessità perché siamo di fronte a un episodio interlocutorio che non chiude, ma rimanda tutto al capitolo successivo, lasciando attoniti. Poi c'è lui, Daniel Radcliffe, il ragazzino è cresciuto con il personaggio, e ora suona come imprigionato in un corpo che non gli appartiene più. Un perfido sortilegio. Quindi in uno dei momenti clou, quando finalmente dà il primo bacio, naturalmente alla ragazza sbagliata, si rimane esterrefatti perché non c'è alcun brivido, trasporto, passione, meno che mai tempesta ormonale. E questo contrasta con l'immagine del giovinotto che, a dispetto degli occhiali tondi che lo dovrebbero intontolire, sembra in grado di rispondere appieno alle urgenze del sesso e invece continua a trastullarsi con l'idea di essere un predestinato.

Sono cresciuti anche i suoi amichetti, così come il cast che pesca a piene mani in tutto il cinema britannico, permettendosi di relegare al ruolo di comprimari attori e attrici che altrove avrebbero il nome in bella evidenza sui manifesti. Il nuovo regista David Yates sembra volersi muovere con i piedi di piombo. Nessuna magia particolare, i quadri viventi, i muri mutanti e altro si erano già visti (e mantengono il loro fascino), solo qualche citazione offerta in pasto ai cinefili: un gigante che gioca a (ri)fare King Kong con Ermione, qualche spruzzata della saga del Signore degli anelli e molto, quasi troppo di quella di Guerre stellari. Non solo nel conflitto bene-male con annessi e connessi, ma anche nelle spade-bacchette sguainate.

Probabilmente il difetto, seppure è tale, è nel manico. Ossia nella volontà della regina madre di seguire il suo rampollo nella crescita, convinta che anche i suoi seguaci siano nel frattempo cresciuti. Mai dare lezioni di marketing a chi è diventata una delle persone più facoltose del Regno Unito, ma le saghe vere non hanno età, si rinnovano con i loro nuovi adepti. Walt Disney, che ha saputo catturare intere generazioni con gli stessi titoli riproposti ogni cinque sei anni, probabilmente si rivolta nella tomba di fronte all'impudenza della signora Rowling. Ma questo potrebbe anche essere l'elemento più interessante della fantastica vicenda di Harry Potter. Un tempo la vita di un romanzo o di un film era quasi cristallizzata. Oggi invece deborda da ogni parte, novelli maiali vengono spolpati fino all'osso dall'editoria, dal cinema, da qualsiasi altro strumento volto a spremere denaro. E allora potrebbe avere ragione la regina madre nel fermarsi a sette, anche perché Harry VIII suonerebbe davvero eccessivo.

da Il Manifesto, 13 luglio 2007