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Le uscite del fine settimana - Torna il cinema impegnato





03/05/2007 13:05a cura di Daniele Sesti

Week-end al cinema decisamente di alto livello. 7 Km. da Gerusalemme, Cronaca di una fuga e Le ferie di Licu: tre esempi di cinema impegnato che colpiscono nel segno nonostante la diversità degli argomenti e degli stili utilizzati, un modo di concepire il cinema non solo come puro divertimento ma anche come strumento per suscitare riflessioni e catalizzare la nostra attenzione su argomenti spesso dimenticati. Dopo più di 15 anni di assenza torna sugli schermi Lamberto Bava con Ghost Son un horror riuscito a metà. La vita di Edith Piaf (La Vie en Rose) e un noir un po' datato (Doppia ipotesi per un delitto) chiudono la rassegna di questa settimana.


7 Km da Gerusalemme





“Il film è tratto dall’omonima opera di Farinotti, alla quale il regista rimane fedele, ed è esattamente questa la sua abilità, ovvero il riuscire a far trasparire gli stessi messaggi, dall’immagine del Cristo a quella del protagonista. E proprio quest’ultimo va elogiato per un’ottima interpretazione, con adeguato risalto dei proprio stati d’animo nei due momenti focali legati alla sua “trasformazione”, il prima e il dopo.”
(Tiziano Costantini)

Cronaca di una Fuga
"Cronaca di una fuga può essere definito come “film dell’orrore del secolo passato”, più spaventoso di qualunque altra pellicola di genere con il suo arsenale di mostri disumani e spettri urlanti"
(Mauro Corso)

Doppia Ipotesi per un Delitto
“Scopiazzando Chandler e I Soliti Sospetti, con il sogno segreto di poter asserire che non c’è niente da capire e niente di cui stupirsi perché “è Chinatown”, Beach sbaglia i presupposti, muovendosi in una città senza nome in cui l’identità di ognuno è talmente vaga che ad essere messo in discussione alla fin fine è un pugno di aria fritta.
Girato nel 2003, Doppia ipotesi per un delitto ha preso la polvere fino ad ora nel magazzino di qualche studios, ma il sospetto forte è che non ne abbia presa abbastanza.”
(Marianna Cappi)

Ghost Son
“Lamberto Bava conosce bene gli attrezzi del mestiere quando si tratta della costruzione della tensione e sa bene che per portare l’inquietudine degli spettatori al limite del sopportabile, l’attesa non deve mai essere soddisfatta in modo banale e la corda deve essere tesa e poi rilasciata, in un ciclo continuo. Da questo punto di vista la prima mezz’ora del film è esemplare, ed è rinfrescante constatare che la preparazione tecnica dei nostri artigiani del cinema non ha nulla da invidiare alle controparti d’oltreoceano. Dopo la morte di Mark il registro però cambia, e non sempre in modo felice.”
(Mauro Corso)

L'Estate di Mio Fratello
"Sergio, figlio unico, sta per avere un fratello, ma la sua gelosia lo porta ad immaginare infiniti modi di eliminarlo finché la mamma gli dice di averlo perso. A questo punto subentrano i sensi di colpa che lo portano a crearsi un fratello immaginario."

La Vie en Rose
"La vie en rose è un film nero. Nero come le strade di Belleville, come l’abito senza maniche della prima esibizione, come l’abbandono di una madre, come un amore interrotto, come un lutto sublimato nel canto.
Olivier Dahan colora di nero quello che Edith Gassion, in arte Piaf, si ostinava a “vedere rosa”."
(Marzia Gandolfi)

Le Ferie di Licu
“Uno dei punti di forza del film è certamente la veridicità. Molto spesso i opere di genere documentaristico rappresentano un rapporto diretto con lo spettatore, quasi come se volessero costantemente interagire con lui. Nelle Ferie di Licu tutto ciò non avviene, ponendo invece la regia ed il pubblico come oggetti esterni a quanto accade, dando al tempo stesso un’impressione di forte stampo amatoriale, come se lo spettatore fosse sempre nel posto in cui l’azione si svolge.”
(Tiziano Costantini)

Quattro Minuti
"Kraus gestisce la partitura del film su due livelli, sul piano verticale (nel presente) e sul verticale, sulla storia passata delle due eroine, appena accennata ma fondamentale. Attorno a questo nucleo si muovono una serie di personaggi psicologicamente “complessi”, talora fino all’estremo: l’agente penitenziario Mutze è sensibile ma severo, vendicativo ma indulgente, meschino ma bisognoso di approvazione... sfortunatamente questo accumulo di complessità non è un valore aggiunto per la pellicola, ma un eccesso."
(Mauro Corso)