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Robert De Niro a Roma per il suo nuovo film





14/04/2007 16:04a cura di Valerio Salvi

Incontriamo a Roma Robert De Niro venuto a presentare il suo nuovo film da regista The Good Shepherd – L’Ombra del Potere, ovvero la nascita della CIA, la più nota organizzazione spionistica mondiale. Il film uscirà in 400 copie venerdì 20 aprile.


Abbiamo saputo che dai primi anni novanta volevi fare film su CIA, perché hai aspettato così tanto e cosa è cambiato rispetto all’idea che aveva venti anni fa?





In effetti inizialmente avevo un’altra idea del film con un’ambientazione in un periodo precedente della CIA e sul ruolo delle spie, qualcosa un po’ più odierno.
Poi ho incontrato Eric Roth gli ho chiesto se voleva scrivere per me. Lui mi ha detto che se avrei fatto il film lui lo avrebbe scritto. Il copione mi è piaciuto ed eccoci qui.
Il secondo periodo, quello che avevo inizialmente in mente, andava dal ‘61 all’‘89n, ovvero dalla Baia dei Porci alla caduta del Muro.

Questa è la sua seconda regia, che metodi ha usato per gestire questo cast stellare?
Il casting è fondamentale se non hai le persone giuste per il ruolo non va bene.
Al di la di Matt e Angelina che sono fantastici, per John Turturro, ad esempio, mi serviva proprio lui e non posso immaginare nessun altro in quella parte. John aveva appena subito un lutto [n.d.a. – è morta la madre] ed avevo paura che non potesse partecipare. Così ho girato tutte le scene di contorno per poi fare in seguito quelle in cui compare lui che nel frattempo si è ripreso.
Quest’ottimo rapporto con gli attori, ho notato che si sviluppa soprattutto nei film diretti da attori. Chi recita lo fa meglio perché c’è come un empatia, si riesce così a tirare fuori dal cast un’ottima performance.
Un altro esempio è l’interrogatorio del russo da parte di Turturro, solo Mark Ivanir poteva farlo nessun altro, ne ho provati tanti, ma solo lui riesce a trasmettere quelle emozioni.

Il suo personaggio dice “la democrazia è la mia debolezza”, mentre Matt Demon e Joe Pesci invece dicono “voi siete tutti in visita”. Questi hanno visioni dell’America diverse ma lavorano per la stessa Agenzia.
Il mio personaggio è una sorta di “coscienza della pace”, e proprio la scena di quel dialogo è un po’ il cuore e l’anima dell’Agenzia, quello di Matt è più conservatore.
Io, o meglio il mio personaggio, forse vede la possibilità che le cose vadano in un'altra direzione.

La sua personale opinione al di la del film, davvero servono queste organizzazioni per garantire la sicurezza del proprio Paese o sono destabilizzanti?
Noi non sappiamo in realtà nulla della Agenzie di Intelligence, hanno un ruolo positivo quando esistono situazioni che possono essere evitate grazie all’azione di controspionaggio, cose che noi non sapremo mai, il problema è proprio questo… che noi non lo sapremo mai. L’informazione è vitale, ma la loro ricerca è sempre difficile. I casi in cui operano male sono più eclatanti e se ne discute di più. Sono quelli che fanno notizia.

In Bronx, il suo film precedente, c’è un forte rapporto tra padre e figlio e anche qui, cosa l’affascina di questo?
Il rapporto padre-figlio in Bronx è quello di Palminteri che ha scritto la storia, io l’ho solo diretto. Qui è la storia di Roth invece e anche adesso l’ho solo raccontata. L’elemento personale c’è e trovo sia positiva la sua presenza per collegare il tutto con il mondo esterno.

In un film che prende in esame venti anni di storia americana, quanto ha influito la sua esperienza con Sergio Leone in C’Era una Volta in America.
Non vedo il film da molto tempo, ma era un grande progetto, decisamente ambizioso ed in questo vedo delle somiglianze con il mio. Io avevo incontrato Leone tempo prima e lui mi aveva proposto di farlo, ma non avevo ancora deciso. Lui ha aspettato molto per portarlo a termine ed avermi dentro.

Lei ci ha pensato a lungo prima di fare questo film, cosa la ossessionava nella struttura della CIA, l’esistenza di un occhio che ci guarda? Si è mai sentito spiato?
Il soggetto mi affascinava. Ci sono stati molti spy-thriller che parlano di questo argomento, ma hanno lasciato molte domande prive di risposta, hanno chiesto al pubblico un atto di fede su molti meccanismi. Io ho cercato di illustrare un mito di dare al pubblico una nuova visione.
Ci sono fatti reali e altri che non lo sono. Ad esempio c’è la scena di Joe Pesci che all’inizio avevo pensato in modo diverso con dei sigari avvelenati o esplosivi. Poi ho capito che non funzionava
Spiato? No, o meglio si, la prima volta che sono stato in Russia.
Al di la del racconto sulla CIA, questo film è il ritratto della solitudine di un uomo, o no?
Questa era una della cose che mi interessava di più, un livello più personale e l’ho voluto. E’ l’elemento fondamentale e più attraente dello scrpit di Roth, poiché andava ad insistere anche sul “costo umano” di portare avanti una cosa come la CIA.
La sceneggiatura girava già da un po’ di anni ed era nell’elenco dei migliori film mai realizzati, soprattutto per problemi di costi.
In genere in qualsiasi film mi piace l’elemento della storia personale che si ricollega al quadro più ampio.
Vedendo il film emerge chiaramente che quando la CIA nasce è quasi affascinante, è tutto molto semplice e non c’è corruzione, poi il tutto si ingrandisce, ma allo stesso tempo si intorpidisce perdendo i valori iniziali…
In effetti si, lo penso. Però, e qui mi ripeto, ci sono molte cose su cui la CIA ha avuto successo di cui non si parla. Poi oggi è nell’occhio del ciclone, come il nostro Paese, per cui abbiamo sempre le luci puntate addosso e forse vengono date delle colpe che non esistono.

Da noi c’è un dibattito se tutti debbano sapere cosa fanno i servizi per la democrazia?
E’ una sorta di contraddizione dovremmo fare cose alla luce del sole, ma come potremmo farle se tutti sapessero chi siamo e cosa facciamo. E’una linea sottile il cosa fare e come.

Skull & Bones è un’organizzazione segreta, ma poi tanto segreta non è visto che sappiamo i nomi dei membri?
All’epoca lo era, quasi mitologica. Io ho incontrato alcuni suoi membri che mi dicevano “Io non dovrei dirti che sono un membro, ma lo sono”. Ho cercato di presentare le cose al pubblico in modo che possa interpretarlo.

Si dice che lei non ami le interviste, Perché, l’annoiano o è meglio non farsi vedere per far parlare gli altri del film?
In effetti è così, uno fa il film e poi il film parla da solo al pubblico. Parlarne da regista è diverso che da attore, perché hai delle cose da dire su come hai pensato il film, hai una visione d’insieme.
Penso che la gente voglia vedere il film e sentire cosa ne pensano gli amici e non quello che diciamo noi per decidere se andarlo a vedere o no.

Insomma, il film si può considerare il secondo capitolo di una trilogia?
Si potrebbe essere, l’ho pensato così: una prima parte (questa) una dal ‘61 all’‘89 con la caduta del Muro ed una post “Guerra Fredda”.
Il film che sto facendo ora, però, è su un produttore di Hollywood con Barry Levinson al timone, io mi limito a recitare.