Un classico del Cinema comico che è fatto anche di tanti altri classici.
Il Sessantotto fu epoca di grande contraddizioni dove ad uno spirito sinceramente “arrabbiato” contro il sistema faceva da contraltare un’anima giocosa ma non meno efficace a livello di un sentire popolare (la parola deve essere intesa nella sua accezione puramente “pop”). In Hollywood Party che, per l’appunto, è del 1968, è questa seconda opzione che si adatta meglio alla struttura narrativa. Eppure nella sua distruzione, involontaria o volontaria, di qualcosa che è ormai schema, il personaggio di Peter Sellers ne esce fuori quasi come una bandiera di una ribellione del nuovo verso un vecchio che è ormai stanco. Anzi di più: una ribellione del cuore verso un’aridità senza cuore.
Ovviamente, la soluzione “rivoluzionaria” è solo un lato della medaglia perché Hollywood Party è prima di tutto un omaggio alla comicità dei maestri passati o ancora in auge. Nel personaggio di Hrundi V.Bakshi, l’indiano interpretato dall’immenso Peter Sellers, ci sono frammenti dello Stanlio più “distruttivo” come schegge del Jerry Lewis più goffo. Il tutto però rielaborato quasi in chiave anglosassone con tutta la calma che si richiede al caso.
Nelle azioni dello sbadato indiano ci sono anche le regole del classico film comico, a iniziare dallo “slow burn” (una specie di “distruzione” lenta ma consciamente inevitabile fin dall’inizio) fino ad arrivare allo sguardo fisso della “vittima” predestinata, senza che questa faccia niente per evitare la catastrofe. E nell’anarchia semi-psichedelica del finale c’è anche il sentore di tanto cinema a venire.
Ma l’elemento più classico del film e dell’omaggio (a parte il fatto che faccia ridere e tanto) è la diversità del personaggio principale. Hrundi è una specie di escluso (si trova al party soltanto per sbaglio), ma anche se sembra in ogni momento non poter fare a meno di peggiorare la sua situazione, è anche un personaggio che chiede di essere ammesso a far parte di una società, in cui forse non si riconosce, ma che è comunque una società. Lo stesso discorso che potrebbe essere fatto per Stanlio e Ollio, il primo Woody Allen, Jerry Lewis, in qualche modo Buster Keaton e poi Harold Lloyd e tanti altri. Malgrado la loro anarchia distruttiva e ribelle tutti questi personaggi-caratteri chiedono di far parte di qualcosa non riuscendoci quasi mai.
E nel finale quasi chapliniano rimaniamo col dubbio: ce l’avrà fatta o no, Hrundi, a diventare “grande”? Speriamo di no.