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Stage Beauty: la storia di Ed Kynaston, la magnifica attrice.





03/05/2005 23:05a cura di Daniele Sesti

Esce venerdì Stage Beauty di Richard Eyre. Il regista inglese – dopo il successo ottenuto con Iris - Un amore vero - ci racconta la storia di Ed Kynaston un attore di teatro che furoreggiava nel XVII secolo quale magnifico interprete di ruoli femminili. Con uno stile moderno e fuori dagli schemi, Eyre ci restituisce un ritratto vivo e appassionato del controverso personaggio e ci parla, senza annoiarci, di finzione e realtà, di teatro e di vita. Un film da vedere anche per apprezzare la bravura degli interpreti (Billy Crudup e Claire Danes) e per gustarsi un divertentissimo Rupert Everett nei panni di Re Carlo II d’Inghilterra.


Qual’è la giusta misura di falsità che una rappresentazione drammatica deve avere ?






Nel teatro del seicento i ruoli femminili venivano interpretati da attori maschi i quali venivano sottoposti sin da piccoli ad una rigidissima disciplina che insegnava loro a muoversi, a parlare, a comportarsi da vere donne. Tale ammaestramento era talmente profondo e penetrante che questi attori si ritrovavano a vivere una vita dove il confine tra realtà e finzione era talmente labile da non permettere loro di distinguere tra vita reale e rappresentazione. E quando, come accadde a Ned Kynaston, la donna più attraente di tutto il teatro , un editto reale gli impedisce di continuare a recitare in ruoli femminili, è un po’ come se qualcuno ne avesse decretato, da quel momento in poi, l’eterno oblio, disponendone la radiazione dall’albo degli esistenti. Perché per Ned Kynaston, il palco, la scena, le quinte, il retro del teatro dove in una misera stanzetta dorme tra i costumi dei suoi personaggi, sono la vita dalla quale osserva, dall’alto del suo trono di diva idolatrata, il teatrino che gli altri chiamano realtà. C’è più vita nella dolce menzogna della morte di Desdemona, che ogni sera Kynaston interpreta tra un gridolino di dolore ed una smorfia di esagerata sorpresa, che in tutti i gesti che i suoi spettatori compiono quotidianamente.

Una donna che interpreta una donna... ma dov’è l’inganno ?” Questa è la base sulla quale poggiano le certezze di Kynaston quando si fa beffa dell’editto che consentì anche alle donne di calcare le scene. Eppure, anche in Kynaston, anzi, proprio in Kynaston, perché è innanzitutto un artista alla ricerca di quella perfezione che ci avvicina al divino, alberga la convinzione che ci può essere qualcosa di più della magia della simulazione. Ogni volta che interpreta gli ultimi sofferti secondi di Desdemona soffocata dalla gelosia del Moro, percepisce un’assenza, coglie un senso di dolorosa mancanza. Quel particolare che lo allontana dal vero e lo rituffa in abissi di finzione, fuori e dentro la scena.
Povero, deriso, malandato, nella camera di una bettola, scoprirà, tra le braccia di Maria – ironia della sorte proprio colei che per prima ne aveva usurpato il ruolo - quanto la realtà di un amplesso vero possa essere quanto di più vicino alla perfezione artistica che ci possa essere.

Finzione, realtà, teatro, vita, riflessioni sul ruolo della critica che iniziava allora ad emettere i primi vagiti: tutto questo nell’ultimo film di Richard Eyre ( Iris, un amore vero ), senza che la narrazione possa risultare pesante o tediosa per lo spettatore. Il regista inglese pone con divertita delicatezza temi importanti e di grande interesse grazie alle sue doti di leggerezza e brio. Usa – raro per un film in costume – la macchina da presa imprimendole un continuo movimento come stesse riprendendo un duello di rimatori rap, segue i personaggi e ne accompagna le fughe con musiche elettroniche, disegna il re Carlo II (mirabilmente interpretato da Rupert Everett) come fosse il personaggio di uno spot di cibo per cani, scandisce i tempi come stesse girando una clip musicale. Contraddizioni che rendono la visione del film godibilissima fino al capolavoro rappresentato dalla scena finale.

Kynaston e Maria recitano l’ultima scena dell’Otello. Lui – finalmente – interpreta Otello, lei è Desdemona. La recitazione è violentissima nel suo estremo realismo rappresentativo. Il pubblico – re Carlo compreso – ne è sopraffatto e sussulta – e noi con loro – nel momento in cui il Moro spinge con forza il cuscino sul viso della sposa...
Si rappresenta Shakespeare, ma sembra una sequenza di un film di Hitchcock.