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Ricky Bobby ovvero Will Ferrell pilota





01/11/2006 11:11a cura di Andrea D'Addio

Il gioco, sulla carta, è abbastanza semplice e banale: si prende un personaggio testardamente stupido, lo si immette in un ambiente già di per sé pieno di eccessi dove nonostante la propria idiozia riesce ad avere successo e persone che credono in lui


Chi più di noi italiani, con la media di una macchina per persona, che da anni facciamo credere al mondo che Imola sia San Marino pur di avere due gran premi in Formula 1, può capire l’insana passione per le auto e la velocità? In pochi, forse giusto gli americani, che dati gli strettissimi limiti di velocità sulle loro strade, hanno per contrappasso un’insana passione per le competizioni automobilistiche. Non è un caso infatti se hanno creato gare automobilistiche come la Nascar quasi interamente corse nei propri confini (Alonso & Co. con le loro Benetton e Ferrari invece girano il mondo…).






Ricky Bobby quest’amore ce l’ha da sempre, da quando da bambino il troppo assente padre gli disse in una delle sue rare apparizioni “Se non sei primo, sei ultimo”. E così avuta la fortuna di poter correre una volta proprio nella Nascar, dimostra tutto il proprio talento, diventando una vera e propria star. Questo almeno finché non arriva il pilota francese Jean Girare (Sacha Baron Cohen alias “Ali G” alias “Borat”)…

La stella comica di Will Ferrell sta lentamente scalando le vette della notorietà anche fuori dagli Stati Uniti, dove si è affermato grazie al Saturday Night Live. Merito proprio e anche di quel gruppo denominato “Frat pack” che riunisce attori come Ben Stiller, i fratelli Luke e Owen Wilson, Vince Vaughn e registi come Todd Phillips e Jan Favreau e che da anni ormai è un marchio di fabbrica della comicità statunitense. Ricky Bobby scritto assieme all’amico regista Adam McKay rientra a pieno titolo in questa tipologica di prodotti: tanto demenziale e assurdo, quanto in fin dei conti divertente.

Il gioco, sulla carta, è abbastanza semplice e banale: si prende un personaggio testardamente stupido, lo si immette in un ambiente già di per sé pieno di eccessi, dove nonostante la propria idiozia riesce ad avere successo e persone che credono in lui; vedi: Zoolander, Dodgeball o Elf. In questo caso il contesto è automobilistico e la variante lo scontro culturale USA-Francia scelto probabilmente all’epoca delle polemiche sull’intervento americano in Iraq (che ha portato al boicottaggio di film stelle e strisce a Cannes 2003). Il film vive di sussulti, alcune situazioni sono riuscite, altre no, così come le battute in cui la volgarità risulta ogni tanto inappropriata. Si capisce che c’è molta improvvisazione (lo hanno affermato lo stesso Ferrell e il regista) e sarà che il doppiaggio limita molto la comicità legata al linguaggio, però una maggior cura per i dialoghi talvolta sarebbe potuta essere una soluzione migliore.

Ben girate le scene automobilistiche (curate dallo stesso specialista di Herbie) e da cult alcuni siparietti tra i due piloti (su tutti l’elenco sincronizzato dei propri connazionali famosi). Peccato, dato il budget, la bravura degli interpreti (bravissimo anche John C.Reilly nel ruolo dell’amico cretino) e l’interessante ambientazione, ne sarebbe potuto uscire un film altrettanto comico, ma con una descrizione della famiglia americana della provincia texana da tempo dimenticata dal cinema statunitense.