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Incontro con il cast di Cages





23/10/2006 20:10a cura di Maco

Olivier,come sei arrivato a questa storia? Il punto di partenza è quella che può essere chiamata “angoscia della creazione”. Volevo parlare inoltre delle coppie di lunga durata, delle coppie che stanno insieme a lungo e che in Francia stanno sparendo. Volevo parlare di una storia di amore con la “A” maiuscola, e volevo descrivere cosa succede in una coppia quando viene a mancare la comunicazione.


Quali sono i suoi riferimenti, i suoi maestri? Si nota una certa classicità del girato…





In effetti volevo che fosse un film proprio epico, classico, per questo mi mantengo entro una certa linearità narrativa. Così forse sono andato molto più lontano di quanto non mi aspettassi. E ho usato dei mezzi classici proprio per esprimere l’interiorità dei personaggi. Per quanto riguarda i miei punti di riferimento, forse si tratta di una summa di autori di varie epoche, c’è sicuramente Lynch, ma gli spettatori ne troveranno altri, a cui magari mi sono ispirato inconsciamente.

Come si spiega la fascinazione per le teste degli animali?
Esistono cose simili nelle fiere in Belgio, in maniera molto più semplice ovviamente, ma qui volevo raggiungere uno scopo preciso. Gli animali sono la metafora di quello accade al personaggio femminile, molto fisico, "animale". Così la sua balbuzie, la sua incapacità di parlare che rasenta il mutismo, è rappresentazione del lato animale e del grido che emette anche se non lo sentiamo per tutto il film. Si tratta di una specie di istinto intelligente, un istinto animale che ci permette di andare al di là.

Come avete costruito i vostri personaggi?
Quello che mi interessa di lei è che nonostante gli errori che commette –e ne fa parecchi- riesce a mantenere la sua integrità.

Anne Coesens: Quello che mi ha attirato è stato il lato forte, positivo di questo personaggio, che è una persona che vuole sopravvivere a tutti i costi, e che riesce a scatenare la sua energia anche in momenti molto difficili, quando sarebbe più facile perdere la speranza. È proprio su questi aspetti che mi sono concentrata.

Sagamore Stevenin: Il mio personaggio subisce un’evoluzione nel film. Come sceneggiatore volevo vedere cosa succede a un essere umano quando raggiunge l’assoluto. Un po’ come quando si prende una curva stretta ad alta velocità: bisogna accelerare per mantenere l’aderenza al terreno. Anche io ho cercato di accelerare al massimo sperando che finisse al più presto. Anzi mi sono sentito un po’ come un topo da laboratorio. Per quanto mi riguarda volevo mostrare cosa succede a un uomo quando capisce che sta perdendo la donna che ama e che non sa cosa fare per trattenerla. Ed è proprio dagli errori che commette la sua compagna che questa esperienza si trasforma in qualcosa di positivo. Arriva così a un’altra forma di amore, e la realizza appieno. Un piccolo commento: sono un attore fisico, abituato ad adoperare il mio corpo invece sono legato a una sedia a rotelle e a letto. è stato difficile mi ha costretto ad avvicinarmi ad una maggiore intimità nella mia espressione.

Anne Coesens: la mia esperienza è parallela rispetto al mio compagno perché non sono legata fisicamente ma perdo l’uso della parola, non riesco a parlare. In questo mi sentivo costretta da questa mancanza di parole. Ed è stata per me una maniera molto diversa di esprimermi.

Vi siete immedesimati in questi personaggi così difficili?
Anne Coesens:è sempre difficile dopo aver interpretato un personaggio sapere quanto di questo appartiene a noi e quanto alla sceneggiatura. Forse ci sono alcune cose che avrei potuto fare nella mia vita. Quello che mi piace di Olivier è che ci dà la sceneggiatura con grande anticipo, quindi possiamo fare maturare i nostri personaggi dentro di noi. Questo istinto animale di cui si parlava prima non mi appartiene, ma mi affascinava e forse proprio per questa ragione sono riuscita a farlo entrare in maniera così naturale nel mio personaggio.

Sagamore Stevenin: La mia difficoltà consiste nel non fare della mia vita un film, di avere quella schizofrenia che mi separi dal mio lavoro. Forse mi serve da terapia. In questo film il punto saliente era l’incomprensione maschile del mistero femminile. In tutti i personaggi c’è un aspetto universale che fa sì che il cinema funzioni. Quello che ci è sembrato pesante è che non abbiamo mai girato scene di vita quotidiana e tutto è stato sempre molto personale, molto intenso, e questo per tutta la lavorazione del film, che non è breve. Come una maratona di fondo che duri per settimane. E questo lo vedo con il senno di poi, perché mi interessa capire dopo come lavoravo sul set. arrivavo stanco sul set per togliermi quella energia di creazione che potevo avere, affidandomi comopletamente al regista. avevo la sensazione di dover arrivare sul set con la testa vuota, come un pugile buttato al tappeto. Così ho cercato di rendere i sentimenti che ha un bambino dopo un attacco d'ira o di disperazione. I bambini vedo il mondo con una specie di tristezza che si vede sui loro volti, e perdono il senso della realtà.

Anne Coesens: Invece per me è stato opposto, è stato un periodo felice perché interpretare un personaggio che si lascia andare che vive d’istinto è stato molto liberatorio.

Olivier Masset-Depasse: Ho l’impressione che chiunque potrebbe comportarsi allo stesso modo in situazioni analoghe.

Quali sono i vostri progetti per il futuro?
Jacques-Henri Bronckart: Questo gruppo lavora insieme da parecchio tempo, e anche nel film precedente si potrebbe dire che Olivier quasi lavora per Anne. Stanno lavorando su un lungometraggio film ambizioso in cui lei incarna un personaggio staordinario. Visto come funziona questa coppia straordinaria cinematograficamente abbiamo molta fiducia in loro.

Sagamore Stevenin: Nella mia famiglia non parliamo molto del futuro perché siamo superstiziosi, comunque ho recentemente lavorato in una produzione teatrale che mi ha impegnato molto fisicamente e psicologicamente quindi mi sono preso un momento di pausa per riprendere un po’ il senso della realtà. Prevedo dei personaggi più cattivi, che mi attraggono in questo momento. È importante diversificare: la Francia tende a sclerotizzarsi dal punto di vista politico e artistico.

Anne Coesens: Aspettiamo con grande impazienza la nuova sceneggiatura ma intanto ho un ruolo in una serie televisiva basata su quattro giornalisti.

Jacques-Henri Bronckart: Devo dire che c’è una cosceneggiatrice quindi le cose andranno molto più rapidamente, per Cages ci sono voluti tre anni. Sarà un giallo, una storia molto simile.