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Playing the Victim




Cinema o teatro: this is the question





22/10/2006 13:10a cura di Andrea Monti

A sorpresa vince la prima Festa del Cinema di Roma Playing the Victim un film russo del regista Kirill Serebrennikov, poco recensito, da nessuno indicato come papabile, da molti snobbato come un tentativo sperimentale con qualche spunto originale, ma nella sostanza irrisolto. Non si può chiedere a chi affronta la figura di un Amleto moderno inserito in una realtà russa, occidentale frontiera dell’est, di non lasciare lo spettatore e soprattutto il critico senza alcuna perplessità. I dubbi emergono perché la storia oscilla tra sogno e realtà, dramma e folle commedia, riso amaro e tragico godimento.


Nel testo teatrale dei fratelli Presnyakov (già vincitore del Premio Europa per le Nuove Realtà Teatrali a Torino), il protagonista interpreta il ruolo della vittima nelle ricostruzioni di omicidi. In sogno gli appare il padre che gli rivela di essere stato assassinato dalla madre e dallo zio, ora amanti che mal sopportano il ragazzo, grande abbastanza per crearsi una propria famiglia. I dubbi sul sogno o son desto, sono me stesso quando recito la vittima o sono vittima di un complotto, la realtà filmata che si sostituisce a quella vissuta, creano un’atmosfera nella quale la logica si perde e si è costretti ad affidarsi alle associazioni. Gli sfoghi feroci contribuiscono a rivendicare una cultura diversa che fonde teatro, fumetto e cinema con lampi di poesia. Il filo conduttore non può essere che quello della follia che trascina il mondo, più che il protagonista, verso una drammatica resa dei conti. Il nostro eroe gioca con la morte per scacciare la paura, interpreta le vittime per allontanare il suo istinto carnefice, fugge la realtà per trovare finalmente una scena nella quale recitare lo stesso ruolo sia come attore che come uomo, anche a costo di sacrificare chi non è necessariamente colpevole di alto tradimento.






Ciò che viene apparentemente seminato a caso durante tutto il racconto, ben innaffiato da un regista coraggioso, cresce e matura fino a germogliare in un finale che tira le fila di un testo intelligente, che sa parlare di un mondo complesso attraverso un punto di vista originale e che non rinnega nulla del passato continuando a scandagliarne gli irrisolti dubbi amletici.
C’è del marcio tra le macerie dell’ex Unione Sovietica. L’assassinio della giornalista Anna Politkovskaia dimostra che non è ancora tempo per una libera circolazione delle idee. Associarle ad un classico, rifrullarle in un poliziesco e servirle come una masturbazione cinematografica permettono ad un magnifico testo teatrale di passare la cortina di ferro e venire a Roma a ritirare un meritato premio assegnato da una coraggiosa giuria di cinefili che non nascondono di amare il teatro.