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Tutte le strade portano a Levi





19/10/2006 12:10a cura di Andrea Monti

Davide Ferrario e Marco Belpoliti partono da Auschwitz e, sulle tracce di Primo Levi che torna in Italia dopo essere sopravvissuto ai campi di concentramento, ripercorrono il viaggio alla ricerca delle ragioni della guerra che l'undici settembre ha interrotto la tregua iniziata con il crollo del muro di Berlino. Le parole di Levi sopravvivono al passaggio del tempo e descrivono perfettamente gli stati d'animo dei viaggiatori quando entrano in contatto con luoghi che resistono alla velocità del progresso e soccombono di fronte alla brutalità dello sviluppo.


Qual'è l'idea iniziale che vi ha fatto pensare di girare questo documentario?





Davide Ferrario
Marco Belpoliti ha curato per quindici anni le opere di Primo Levi per la casa editrice Einaudi. Ha scritto anche un libro ma con il cinema è possibile raggiungere molte più persone e per questo abbiamo pensato al documentario.

Qual'è stato l'approccio con Primo Levi
Non puoi prendere a cuor leggero l'impresa di affrontare Primo Levi. Però ho riflettuto che in questi anni siamo nella stessa situazione in cui era Levi negli anni sessanta quando ha scritto La Tregua. Tra il muro di Berlino e il crollo delle torri gemelle c'è stata una tregua come quella che è intercorsa tra la fine della seconda guerra mondiale e l'inizio della guerra fredda.

Come è stato il viaggio
Abbiamo fatto un viaggio stupendo. L'importante chiaramente non era tornare a casa ma il viaggio alla scoperta di qualcosa di sconosciuto. Alla fine, una volta sul posto, la cosa incredibile è stato verificare che le parole di Levi descrivevano perfettamente le sensazioni che provavamo passando per gli stessi luoghi da lui raccontati nel libro. La sensazione è che noi occidentali viviamo la storia come i titoli dei giornali. Passato il comunismo c'è il post-comunismo, passato il nazismo il post-nazismo. Viaggiando è possibile verificare che i cambiamenti non sono così netti, ci sono delle cose che sopravvivono, come il comunismo nella comunità nella quale ci siamo casualmente imbattuti in Bielorussa.

Il film è anche girato per fare una verifica sulla vostra ideologia?
Non è un film ideologico ma di viaggiatori che leggono un libro e lo fondono con ciò che vedono. Nel montaggio non c'è una risposta unica bensì la presa d'atto che c'è un'Europa dell'est che cerca di venire verso l'ovest in cerca di libertà, e un uomo come Levi, liberato dai Russi, che va verso l'oriente prima di poter tornare a casa.

Qual'è stato il rapporto con Primo Levi durante le riprese
Abbiamo fatto dei sopralluoghi in cinque perché un conto è progettare un film sulla carta, un conto è confrontarsi con la realtà. Questo viaggio ha sommato al libro di Levi le nostre esperienze personali. Quando siamo tornati per girare abbiamo realizzato la fusione delle due esperienze dando vita al film. Levi ci ha comunque accompagnato con le sua presenza discreta che ti interroga.

Che tipo di ricerca avete fatto per le immagini di archivio?
Nel film ci sono le pagine del libro lette da Umberto Orsini. Levi invece non parla mai. Non è stato facile trovare dei frammenti dove non parlasse. Per questo dopo le parole del suo libro, abbiamo inserito le immagini di quando orna ad Auschwitz nel 1982 dove tutto è leggibile nei suoi occhi che osservano il lager.

Con che tempi è stato girato il documentario e qual'è l'importanza delle statue che avete ripreso
Ci abbiamo messo tre anni e mezzo senza sentire assolutamente il peso del lavoro ed accompagnati da un grande entusiasmo. Per quanto riguarda le statue, rappresentano il logico filo rosso che lega L'uomo di Marmo di Wajda, con le storie del comunismo raccolte ai giorni nostri. Le statue ormai fanno parte del paesaggio che, se fossero abbattute, ne risentirebbe.

Cosa pensa del documentario in Italia
Il documentario di creazione ha un discreto futuro qui da noi e sono convinto che possa reggere il confronto con gli altri film e rimanere nelle sale. E' una realtà viva che merita un'occasione per mostrarsi al grande pubblico.

Qual'è il ricordo più bello del viaggio
L'innocenza della comunità Bielorussa. Arrivare con una troupe in un posto nel quale non sono assolutamente preparati è affascinante. Il gioco che è scattato è stato che loro spiavano noi che spiavamo loro. A parte questo ricordo piacevole, una delle cose più toccanti è stato vedere la centrale di Chernobyl dove la natura distorta si vendica prendendosi tutto. Ci sono alberi che crescono velocemente e altrettanto rapidamente muoiono e formiche che saltano come cavallette.