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L'assurdo Iran: parla la regista Niki Karimi





18/10/2006 07:10a cura di Pietro Salvatori

E’ in competizione il nuovo film di Niki Karimi, alla seconda fatica da solista dopo essere stata assistente di Kiarostami. E’ un’opera sull’incomunicabilità, ma anche sulle complesse dinamiche che regolano il vivere sociale nell’Iran odierna. "Mi sono arrivate voci che la versione iraniana verrà tagliata. Per esempio dovremmo eliminare alcune musiche, che sono sì di musicisti iraniani, ma sono state registrate a Los Angeles"


E’ un’opera sull’incomunicabilità, ma anche sulle complesse dinamiche che regolano il vivere sociale nell’Iran odierna. Poche e sparute presenze alla conferenza stampa, un vero peccato per chiunque si sia perso questa cineasta garbata e cortese, dai modi gentili ma dallo sguardo penetrante.





E’ stato uno degli incontri più intensi nel bailamme di questa Festa. Per questo vi proponiamo il pensiero della Karimi così per come è emerso, un pensiero logico, profondo e consequenziale, per la comprensione del quale le domande postegli dai giornalisti in sala risultano ridondanti.

"Volevo raccontare di quello strato della società in cui mi trovo a vivere, un ceto, nonostante le apparenze, molto vasto in Iran. Uno strato sociale in cui le donne vogliono essere autonome nelle decisioni che prendono. Avrei potuto chiamare il film “Distanza”, perché è proprio di questa condizione di distanza della donna dalla società delle tradizioni, che il film si fa carico.
Eppure oggi, in Iran, molte donne si vogliono emancipare in questa maniera. La scena del film in cui le due amiche parlano dell’aborto come una “scelta della donna” per la maggioranza degli iraniani sarebbe inconcepibile.
Nella tradizione è sempre solo il maschio che sceglie e decide.
Il mio, dunque, non è un film che vive di narrazione, ma è la storia di una donna che ha problemi nel relazionarsi con la società in cui si trova. Per questo ho focalizzato la storia su tre/quattro giorni della vita della protagonista, e su tutti i contrasti e le contraddizioni che incontra nel rapportarsi con il mondo che la circonda, in contrasto con una società patriarcale che vede non favorevolmente l’affermarsi di una donna sul posto di lavoro.
E’ un film che parla in profondità della situazione sociale e politica del mio paese, non c’è nulla di edulcorato o di inventato. La condizione di chi vorrebbe seguire un pensiero più libero, più moderno, oggi è una condizione di profonda solitudine.
Lo stesso lavoro del cineasta nel raccontare queste storie, incontra notevoli difficoltà. Dal mio primo film sono stati tagliati quindici minuti.
Ero curiosa di vedere, con il cambio di governo, come si sarebbero regolati. Ho mandato il film al Ministero ma ancora non ho avuto risposte definitive. Mi sono arrivate voci che la versione iraniana verrà tagliata. Per esempio dovremmo eliminare alcune musiche, che sono sì di musicisti iraniani, ma sono state registrate a Los Angeles."

La distributrice della pellicola ragguaglia, infine, su quali sono le reali possibilità per un film del genere ad oggi: ”Oggi l’Europa valorizza moltissimo il proprio cinema, e così facendo si chiude sempre di più alle cinematografie come quella orientale.
Per il cinema iraniano, ormai, il canale di distribuzione che garantisce un minimo di visibilità è solamente la televisione, in un’epoca in cui però la tv diventa sempre più commerciale e globalizzata. Anche in Italia, paese di grande tradizione di cineasti, ormai è così. A questo si aggiunga che le nuove generazioni hanno una scarsissima cultura cinematografica. Per noi, dunque, le uniche vetrine di un certo rilievo rimangono i festival.
E questo è un grande dolore per me, se si considera che il cinema è l’unico modo con il quale la società iraniana si palesa all’estero per quel che veramente è”.