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Incontro con il cast di Mon Colonel: Costa Gavras omaggia La Battaglia di Algeri





18/10/2006 05:10a cura di Teresa Lavanga

Un caloroso applauso alla memoria di Gillo Pontecorvo apre la conferenza stampa di Mon Colonel. Costa Gavras decide di omaggiare così colui che con La battaglia di Algeri ha messo di fronte ai nazionalisti francesi una verità scomoda, spesso rifiutata. L’incontro con il cast del film si trasforma ben presto in una lezione di storia patria, vista con gli occhi di chi ha studiato tutte le sfaccettature di un passato ancora prossimo e troppo cocente per essere affrontato con il dovuto distacco.


“In Francia, il film di Pontecorvo è stato vietato per molti anni” afferma Costa Gavras “solo a partire dal 2000 è stato trasmesso in televisione. Prima di allora, era passato in poche copie in qualche sala cinematografica di periferia. Io l’ho visto per la prima volta a New York” continua lo sceneggiatore “è una pietra miliare della cinematografia mondiale, uno di quei film del neorealismo italiano che hanno poi consentito la nascita di tutta la cinematografia seguente, dalla nouvelle vague in poi”.





Interrogato sul ruolo che il cinema svolge rispetto ai tanti media che sono in grado di dare informazioni puntuali e immediate, Costa Gavras risponde: “Il ruolo del cinema oggi, nonostante i temi affrontati da questo film, continua ad essere un ruolo di svago, di divertimento. Non si può chiedere al cinema di essere un mezzo con cui fare lezioni universitarie, lezioni di storia, così come non si può chiedere al cinema di essere un mezzo informativo. Il cinema serve a ridere, a piangere, a mostrare sentimenti e situazioni che possono far riflettere. E’ questo il suo compito. Il suo ruolo non è seguire con puntiglio l’attualità, ma rappresentarla in tutte le sue sfaccettature.”
Rispetto alla ferita sempre aperta del colonialismo francese, lo sceneggiatore di origini greche risponde: “La Francia era un impero coloniale, e questo non può essere dimenticato. Il Governo francese seguiva una politica che soddisfaceva il suo elettorato. Per molti anni, infatti, i Francesi sono stati convinti che la Francia senza l’Algeria non sarebbe più stata Francia. Essi avevano impressa nella memoria un certo tipo di cartina geografica che riproduceva la Francia e l’Algeria con gli stessi colori, che le accomunava anche visivamente. Negli ultimi anni c’è stato un aumento del terrorismo, che va condannato a priori, ma bisogna pure dire che, senza casi estremi, si pensi ad esempio ad Arafat o appunto al caso Algerino, alcune questioni non sarebbero mai venute a galla.”


L’uscita del filmi in questo preciso momento storico, è voluta o è casuale?

Laurent Herbiet: E’ un film che ha una lunga storia. Ben sette anni di lavorazione! Comunque, in questo particolare momento assume una rilevanza diversa: la storia che racconta potrebbe essere algerina, irachena, cecena, resta sempre attuale. Quando abbiamo presentato il film a Toronto, dei giornalisti americani ci hanno chiesto se fosse una critica a Guantanamo! Io credo che i problemi relativi alla contrapposizione fra potere civile e potere militare, così come i problemi connessi alla liberazione di una nazione siano sempre uguali, in qualunque parte del mondo e in qualunque epoca storica.

Questo è il primo film francese che parla della questione algerina?

Laurent Herbiet: No, ce ne sono stati altri, soprattutto documentari e fiction. Ma in Francia questa è una questione su cui si preferisce tacere, altrimenti perché La battaglia di Algeri sarebbe stata proibita per tanti anni?