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Roma città aperta proiettato a Venezia 2006





05/09/2006 11:09a cura di Sivia Donnini


Universalmente riconosciuto come un capolavoro lo si può definire il film-simbolo del neorealismo. Diretto da Roberto Rossellini e già vincitore del Festival di Cannes nel ’46, il film viene proposto a Venezia, in versione restaurata, nella sezione “giornate degli autori” per sottolineare e promuovere la tutela e la più ampia circolazione a fini educativi, del cinema italiano che va dal dopoguerra alla metà degli anni ’70.





Il neorealismo, tra il ’40 e il ’50, si esprime soprattutto nella letteratura e nel cinema: quest’ultimo rappresentato da nomi eccellenti come De Sica, Visconti, Zavattini.
Nemmeno Rossellini si sottrae alla concezione secondo la quale gli intellettuali devono assumersi delle responsabilità storiche e farsi portavoce dei bisogni sociali, rappresentando la classe popolare. Si usa quindi un linguaggio semplice, diretto, la lingua quotidiana. Talvolta dialettale. C’è la descrizione e l’ambientazione nei quartieri più popolari. Tutti ingredienti che ritroviamo in Roma città aperta, oltre al tema principale ovviamente, il conflitto bellico e l’occupazione tedesca nella Capitale del ’43-’44. Viene descritto con grande semplicità e poca enfasi l’aspetto quotidiano di un quartiere (Tiburtino) in un periodo relativamente stretto, due stagioni: dal razionamento del cibo, la fame e la miseria, al coprifuoco pomeridiano, dalle speranze alle paure, dalle torture all’integrità morale.

Magistrale l’interpretazione di Aldo Fabrizi, per i più conosciuto solo nelle vesti comiche e come spalla di Totò, nel film invece dimostra notevoli capacità e qualità drammatiche, interpretando Don Pietro, il parroco che protegge i partigiani durante l’occupazione nazista fino al sacrificio della sua stessa vita. Come non si può non ricordare l’egregia Anna Magnani nelle vesti della popolana Sora Pina, prossima sposa e incinta di Francesco, un attivista della resistenza, che viene uccisa sotto gli occhi del figlioletto da una raffica di mitra mentre corre dietro la camionetta su cui è stato prelevato suo (mancato)marito. Una scena che rimarrà impressa nella memoria collettiva.
Le scene scorrono come lo sfogliare di un vecchio album di famiglia: realistiche, sbiadite (nonostante il restauro i sessant’anni si vedono tutti purtroppo) commoventi e propense ad una riflessione storica senza cadere nella retorica.

L’esperienza neorealista di Rossellini (quest’anno cade il centenario della nascita) rappresenta uno degli apici della cinematografia italiana e ne diventa un modello di riferimento a livello mondiale.
Questo concetto viene ribadito alla 63° edizione della Mostra di Venezia dal critico cinematografico Fabio Ferzetti, portavoce e delegato generale delle Giornate che ha presentato il Manifesto “100+1” ovvero Cento film e un Paese, l’Italia, in cui sostiene fortemente il progetto di salvare e salvaguardare cento film (numero simbolico) e di portare l’attenzione a quello che è stato il cinema italiano nel passato. “Per almeno trent’anni ha attraversato una vera età dell’oro senza accorgersene” – come ha dichiarato alla presentazione della rassegna – “e bisogna fare di tutto per salvare questo straordinario patrimonio”. Anche la restaurazione non è sufficiente talvolta. Le copie non sono così facilmente reperibili. Hanno dato la loro adesione al manifesto personaggi noti come Sandro Curzi, Goffredo Fofi, Dario Fo, Miriam Mafai, Sandro Veronesi, Sergio Zavoli e tanti altri nomi del panorama artistico e culturale italiano