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Lo squalo, trent'anni dopo





14/04/2005 07:04a cura di Mario Sesti

Che ne è, a tre decenni di distanza, del film che resuscitò la paura degli abissi, della ferocia di potenza biblica, del Mostro che viene a cancellarci dalla terra? E cosa c'era dietro il perfetto terrore della caccia? Molti anni dopo, altri film di Spielberg, come Schindler's List, ci avrebbero svelato di quale inquietante sterminio erano il simbolo quelle mandibole


"Ho rivisto Lo Squalo in occasione del suo ventennale nel 1995 e mi sono detto: "Dio mio, se uscisse oggi per la prima volta non spaventerebbe piu nessuno" disse Spielberg qualche anno fa. Sbagliando. E' bello poter riprendere un regista quando sottovaluta il proprio lavoro (spesso, i giornalisti di cinema, sono nell' imbarazzo per il contrario). Date un’occhiata allo Squalo oggi, nel 2005, in occasione dei suoi primi trent’anni di vita, e pensate a quali altri film, di recente, sono stati in grado di liberare la stessa sensazione primordiale di angoscia inarrestabile.






Lungo dodici metri e pesante una tonnellata e mezzo, il modello originario non poteva certo godere degli effetti speciali dell'animazione al computer dei mostri di oggi, eppure mise una paura da matti a trecentomila spettatori nella prima settimana guizzando con un superbo colpo di pinna dagli abissi oscuri dai quali proveniva verso la sommità della classifica dei maggiori incassi di tutti i i tempi. Perché?

La critica iperideologizzata di allora (cosi come fece con altri capolavori, da L'Esorcista a Il Padrino), lo fece a pezzi parlando di fascismo incombente, manipolazione dell'insicurezza di massa, metafora del consumismo. Ma a nessuno sfuggì la saldatura tra il più classico degli schemi del film catastrofico (una minaccia inarrestabile arriva dal nulla per spazzare una comunità) e la mitologia della letteratura americana: dalla candida bestia marina segno di morte di “Moby Dick”, al rito della caccia di Hemingway.

Eppure c'era qualcosa di più, che nessuno sapeva allora. Un terrore compresso e innominabile che esplodeva nel finale tra le fauci del Leviatano con cupo splendore. I piu accorti si resero conto, innanzitutto, della perfetta ferocia dello stile. Una spietatezza di sapore hitchcockiano domina ogni inquadratura che impone allo spettatore un ruolo: o quello del cacciatore o quello di chi è cacciato. O siamo identificati nella soggettiva dello squalo che risale dalle profondità o emerge a pelo d'acqua, o siamo nello sguardo di chi freme temendo di avvistarlo all'orizzonte o aspetta di intravederne la sagoma per colpirlo e fermarlo. Non c'è alternativa.

Nell'universo di Spielberg, da Duel fino a Minority Report, chi racconta è sempre qualcuno cui la Storia, la Natura, o chissà cosa, hanno inferto questa dura lezione. O sei quello che caccia, o sei quello che viene cacciato. Ma cosa ciò volesse veramente dire l'avremmo scoperto tutti dopo. Di fronte al cancello d'entrata di Jurassic Park, cosi simile all' entrata dei lager, di fronte alla violenza giustiziera con la quale gli spiriti dell'arca distruggono i nazisti nei Predatori dell'arca perduta, ma, soprattutto, nella tremenda e spaventosa bellezza della sequenza della caccia nel ghetto di Schindler's List. Lì, proprio come nello Squalo, lo spettatore è costretto a sentire la paura della vittima, identificandosi negli occhi e nell'eccitazione dell'aggressore. Ecco cosa c'era, dietro la paura pazzesca del film, la memoria nevrotica e irrisolta della più spaventosa delle tragedie del Novecento che si agitava negli abissi dell'inconscio di Spielberg come uno squalo inquieto prima di risalire, depositata sui fondali della sua memoria fin da bambino, dai racconti dalle generazioni precedenti di parenti ebrei (così come ricorderà anni dopo lo stesso Spielberg, al momento della realizzazione del film su Schindler).

I critici, allora, parlarono di apologie totalitarie di cui il grande cetaceo era un simbolo. Poveretti. Eppure sarebbe bastato un buon psicanalista freudiano, di quelli con barba e occhialetti, come quelli un po' scemi dei film di Billy Wilder, che analizzasse il titolo inglese. Bastava cambiare una vocale, da Jaws (il titolo originale dello Squalo: che significa mandibole) in Jews (ebrei), per scoprire il più banale dei procedimenti con i quali l'inconscio si protegge da ciò che lo ferisce troppo e troppo forte per poterlo nominare: attribuire al carnefice il nome della vittima.