La migliore risorsa italiana sul mondo del cinema
ricerca film:


Galleria fotografica

Artisti correlati:

James Ivory

James Ivory

Ruth Prawer Jhabvala

Film correlati:

Casa Howard

Camera con Vista

Maurice

Quel che Resta del Giorno

La Contessa Bianca

Le Divorce

Jefferson in Paris




James Ivory: il cantore dell’aristocrazia perduta





07/02/2006 10:02a cura di Daniele Sesti

Esce nelle sale italiane l’ultimo film di James Ivory, La contessa bianca. Ancora una volta, il regista californiano dimostra di essere uno dei più profondi descrittori di un mondo scomparso: quello dell’aristocrazia e del suo soccombere di fronte all’emergere della ricca e opulenta classe borghese.


Esce nelle sale italiane l’ultimo film di James Ivory, La contessa bianca. Ancora una volta, il regista californiano dimostra di essere uno dei più profondi descrittori di un mondo scomparso: quello dell’aristocrazia e del suo soccombere di fronte all’emergere della ricca e opulenta classe borghese.






Infatti, se in Camera con vista ci narrava la leggiadra ipocrisia di una nobiltà di campagna che si commuove di fronte ad un panorama fatto di cupole e campanili rinascimentali, in Quel che resta del giorno racconta delle elevate illusioni di un nobile che spera di evitare grazie alle sue arti diplomatiche il secondo conflitto mondiale (e il suo fallimento corrisponderà all’inarrestabile decadenza della sua famiglia), in Casa Howard assistiamo alla spietatezza dell’emergente borghesia nata dalle fortune della moderna finanza che non esita a stritolare chiunque si frapponga innanzi al suo sogno di profitto e benessere. Nella Contessa bianca una famiglia aristocratica manifesta tutta la sua incapacità di adeguarsi al repentino cambiamento dei tempi, mostrando una misura di alterigia sempre superiore ad una necessaria dose di umanità.

Forte della collaborazione della sceneggiatrice Ruth Prawer Jhabvala (anche se per quest'ultimo film si è avvalso di una sceneggiatura originale di Kazuo Ishiguro)e della costante presenza produttiva di Ismail Merchant, Ivory non esita nei suoi film ad utilizzare uno stile sempre ricercato ed attento al particolare. I suoi interni sono sempre gravidi di oggetti e di cose (così come erano le magioni delle famiglie che descrive), la descrizione della natura è spesso incline ad un certo manierismo. Sullo sfondo di queste raffinate scenografie si muovono le classi sociali in perenne rincorsa tra di loro ma impotenti di compiere una reale osmosi. E, in quest’incontro scontro, è ovviamente e naturalmente, il più debole a perire. Il povero Leonard, un giovane travet con ambizioni di carriera in Casa Howard soccombe di fronte alla violenta arroganza dei pregiudizi della ricca famiglia di mercanti, il giovane Clive fugge Maurice (nel film omonimo) negando la propria omosessualità e dedicandosi ad una vita da ricco borghese, in Jefferson in Paris è lo scontro tra culture ad essere protagonista (tema ripreso anche se in forma di commedia in Le Divorce del 2004). I diversi gruppi sociali interagiscono tra di loro ma, come nello splendido Gosford Park di Altman, non si mischiano: ognuno mangia alla propria tavola, si trattano con deferente cortesia, ma sono impermeabili a reciproche contaminazioni difendendo i propri privilegi – ed anche i loro doveri - di casta.

La critica lo ha spesso accusato di badare più a trine e costumi rispetto alla sostanza della psicologia dei personaggi o al contenuto della storia che si racconta. Ritengo che sia normale quando si descrive la fumosa insostanza di una ceto ormai ridotto a pura apparenza inabile a conformarsi, con quella camaleontica capacità invece tutta borghese, ai nuovi tempi preferendo scomparire come una odorosa nuvola di voluttuoso profumo.