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La regia di un corpo: da Verdone a Sean Penn, gli attori sorprendono più dei film che abitano





20/03/2005 11:03a cura di Mario Sesti

Quanto deve un’inquadratura ad un attore? E’ una domanda ingenua. Ma se capita di farla sempre più spesso vedendo i film in sala adesso, sarà il caso di approfondire la questione con cura. L’ultimo Kubrick, il più grande feticcio del Grande Regista, ripeteva nelle ultime interviste, che l’unico segreto che avesse capito del cinema, l’unica tecnica dell’occhio che non lo avesse mai deluso, era seguire con la macchina da presa un attore e aspettare “che facesse qualcosa che valesse la pena di essere ripreso”. E’ una frase che somiglia al cinema di oggi, da Los Angeles a Roma, da Londra a Sidney, più di qualsiasi altra detta prima o dopo di lui


Quanto deve un’inquadratura ad un grande attore? E’ una domanda molto ingenua. Ma se capita di farla sempre più spesso a chi, per passione o per mestiere, si ritrova regolarmente in una sala buia, sarà il caso di approfondire la questione con cura.






I fatti. Diciamo che siete andati, come molti in questo weekend, a vedere Manuale d’amore di Giovanni Veronesi, indispensabile spalla come sceneggiatore di autori attori come Nuti o Pieraccioni e regista di commedie e intrattenimento dotato di risorse non infinite o irresistibili. Quando il film si appoggia con morbidezza sul volto degli attori, anche sul lieve tepore del loro respiro, del semplice stand by del loro sguardo, il film acquista peso e temperatura. Accade nel primo episodio – Silvio Muccino e Jasmine Trinka, dimostrano definitivamente di poter promettere del cinema italiano davvero interessante: dio sa se ne abbiamo bisogno; ma è ancor più evidente nell’ultimo: con qualcosa che sembra un ulteriore passo avanti nella capacità di progressioni espressive del suo corpo d’attore, Verdone fa scintillare in continuazione uno switch fulmineo, l’arte di virare senza preavviso dalla precisione della caricatura da cabaret alla confessione drammatica, dallo slapstick da comicità delle origini (nel ristorante, sul cornicione) al monologo senza rete, vibrante di angoscia e rammarico, qualcosa di cui il cinema italiano scontava un pesante deficit dai tempi di Gassman o Tognazzi.

Andate a vedere The Assassination? La regia è intransigente e monocorde, ma la regia che Sean Penn fa del proprio corpo (la sua istintiva energia capace di raggiungere lo zenith da fermo, la sinistra disperazione dei suoi sorrisi, il suo gusto per l’autodistruzione senza rete) non lascia una sola immagine senza la scia di un dolore e l’ombra del macigno di una solitudine immensa. Ripetiamo: quanto deve una inquadratura ad un grande attore? Rispondiamo guardandolo solo nella sua stanza, circondato dal vuoto indifferente del mondo come una figura di un quadro di Hopper. Perfino in film più modesti di quanto siamo disposti a tollerare, come Hitch o Kinsey, gli attori protagonisti, hanno ambiguità, mezzi toni, destrezza animale o quella disponibilità alla nudità soggettiva che cattura l’occhio più di qualsiasi stile d’illuminazione o ricercatezza scenografica che sono i gesti più esteriori della presenza di una regia.

Insomma, le grandi ondate concentriche delle nouvelle vague (francese, italiana, cecoslovacca, tedesca, ecc.) si sono estinte da sempre, i maestri del dopoguerra (da Fellini a Kurosawa, da Antonioni a De Oliveira) o non ci sono più, o sono costretti al pantheon del crepuscolo della propria anzianità mirabile. I grandi registi, sono diventati rari quanto i buoni film. E’ per questo che sempre più spesso gli attori ci sembrano più interessanti, originali e vivi, dei film che interpretano, del linguaggio della messa in scena che abitano, delle sceneggiatura che indossano?

L’ultimo Kubrick, il più grande feticcio del Grande Regista, demiurgo onnipotente, ripeteva nelle ultime interviste, sempre più spesso, che l’unico segreto che avesse capito del cinema, l’unica tecnica dell’occhio che non lo avesse mai deluso, era seguire con la macchina da presa un attore e aspettare “che facesse qualcosa che valesse la pena di essere ripreso”. E’ una frase che somiglia al cinema di oggi, da Los Angeles a Roma, da Londra a Sidney, più di qualsiasi altra detta prima o dopo di lui.