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Il Cacciatore





18/03/2005 00:03a cura di Daniele Sesti

Tra le molteplici sequenze che meriterebbero di essere ricordate, probabilmente quella della roulette russa nel campo di prigionia vietnamita, su una palafitta di canne sopra un fiume limaccioso infestato dai topi e battuto da una pioggia incessante quanto collosa e opprimente, ritmata dalle urla del crudele “croupier” che gira la pistola sopra un sudicio tavolino, è quella che più delle altre rimarrà impressa nei nostri nervi e nei nostri cervelli.


Tra le molteplici sequenze che meriterebbero di essere ricordate, probabilmente quella della roulette russa nel campo di prigionia vietnamita, su una palafitta di canne sopra un fiume limaccioso infestato dai topi e battuto da una pioggia incessante quanto collosa e opprimente, ritmata dalle urla del crudele “croupier” che gira la pistola sopra un sudicio tavolino, è quella che più delle altre rimarrà impressa nei nostri nervi e nei nostri cervelli. In quel campo Michael (Robert De Niro), Nick (Christopher Walken) e Steven (John Savage) ci sono arrivati da un sobborgo industriale della Pennsylvania. Erano tre operai in una acciaieria, non sappiamo se sono partiti volontari o coscritti, sta di fatto che li vediamo partecipare al matrimonio di Steve (sono emigrati russi, è tutto un cantare e ballare alla cosacca, e tradizioni popolari come il vino rosso bevuto da un doppio calice dai due sposi, se una goccia cadrà sarà sfortuna e sventura, qualche goccia cade sul candido abito della sposa, ma , alla festa nessuno se ne accorge, ce ne accorgiamo noi, invece, spettatori attenti e ce ne rammarichiamo perché quelle gocce che come sangue si spandono sul tessuto che ingordo se ne imbeve, sono presaghe dei futuri dolorosi ed infausti eventi, meraviglia del simbolismo e dell’occhio del regista che ci fa cogliere ciò che non dev’esser colto...). Ma prima dell’Inferno , il Paradiso. Prima del Vietnam ci sono montagne ed un cervo da cacciare. E’ Michael l’unico vero cacciatore (Robert De Niro, un altro italo americano, dopo “Taxi Driver” e “New York, New York” di Scorsese, di origine italiche anch’egli, conferma tutto quel che di buono fino ad ora ha fatto.) Ora il suo mento è tornito da un folto pizzetto, arrotonda le spigolosità dei personaggi precedenti, un mento ed un portamento da Capo. Ha una sua ferrea filosofia (“Il cervo deve essere colpito con un colpo solo, altrimenti non è leale”) alla quale si aggrappa quando all’inferno dovrà salvare lui e i suoi due amici e commilitoni. Il Vietnam è dall’altra parte del piano sul quale svettano le montagne, orlate di neve, sulle quali cacciare cervi e intonare motti al Dio della nazione più ricca della Terra. Dall’altra parte, oserei dire a testa in giù, come in un’opera di Bosch, c’è il Vietnam con i suoi Vietcong – tutti cattivissimi, mi vien la voglia di dire. Il montaggio, magistrale, ci mostra di due momenti – montagne e paludi, conifere e giungla limacciosa – senza soluzioni di continuità. Cimino utilizza gli strumenti della retorica, in quel passaggio dà luogo ad un vero e proprio ossimoro filmico. Il montaggio, così caro a questi italo americani. Le lunghe sequenze della festa del matrimonio ricordano molto quelle del matrimonio Coppoliano de “Il Padrino – Parte I”. Inframezzando scene di ballo con rapidi incursioni sui personaggi, conosciamo questi ultimi nelle loro più intime psicologie. Ed ecco che impariamo che Michael è ombroso e tendente alla malinconia, Nick ha un quarto di mistero che in parte lo cela, Steve è infantile ed indifeso, Stanley (John Cazale) sbruffone ed ottuso , Axel (Chuck Aspegren) generoso e ridanciano, John (George Dzundza) buono ed incline alla commozione. Dove c’è una guerra, c’è un ritorno. Non tutti ritorneranno, anzi, in realtà nessuno di chi è partito tornerà uguale come quando ha lasciato quella cittadina della Pennsylvania. Michael, scruta dall’alto di una collinetta i suoi vecchi amici che gli avevano preparato una festa di ben tornato. Quello di cui ha più paura è la banalità delle frasi che la gente gli rivolgerà, quei sorrisi di circostanza che forse feriscono più di una bomba di un viet-cong. Tra quelle persone, lì fuori nella strada all’alba ancora ad attenderlo, c’è anche Linda (Meryl Streep, così brava quanto desiderabile) la quale ha tanto bisogno di calore ed affetto quanto la necessità di darne un poco a qualcuno, anche se quel qualcuno non è la persona che sperava di rivedere...